Venezia, stop all’architettura schiava del lusso

«Questa Biennale vuole essere un attacco alla committenza “slabbrata”, quella dell’infimo e del lusso, che ha alterato l’architettura degli ultimi anni, rigettando l’utopia e il rapporto imprescindibile tra l’architetto che sperimenta e le persone che abitano». Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia, introducendo l’undicesima Mostra di architettura “Out There: Architecture Beyond Building”, che aprirà le porte al pubblico domenica 14 settembre, usa parole forti per presentare un progetto «utopico e riformatore»: «Questa mostra, afferma, ha come obiettivo quello di suscitare nuove idee riguardo l’organizzazione dello spazio. Invece di portare qui copie delle opere realizzate dagli architetti in giro per il mondo, abbiamo voluto rappresentare l’idea prima della sua realizzazione».
Secondo il presidente della Biennale, è a causa della «scarsa riflessione sull’utopia» che si è determinata tanta «mediocrità urbana e umana»: «L’architettura deve ritrovare se stessa liberandosi da tutti gli altri possibili coniugi: la sociologia, il territorio, l’urbanistica». «Noi vogliamo isolare l’architettura – dichiara – studiandola prima del contatto con le altre molecole, nell’atto stesso della sperimentazione».
Per riuscire a rappresentare il cuore visionario dell’architettura nel 2004 è stato chiamato un direttore d’eccezione, l’americano Aaron Betsky, direttore del Cincinnati Art Museum, che si presenta ammettendo di «aver sfatato il pregiudizio americano nei confronti dell’Italia»: «Quando Frank Gehry ha presentato meno di un mese fa il suo ambizioso progetto – racconta – eravamo convinti di non riuscire a realizzarlo, e, invece, siamo stati piacevolmente sorpresi nel vedere tutto pronto in tempo e in maniera ottimale». L’autore del Guggenheim di Bilbao – che riceverà sabato il Leone d’oro alla carriera – è citato spesso da Betsky perché simbolo della «capacità di decostruire, di abbattere limiti fisici e sociali».
Il cinquantenne direttore artistico, originario del Montana, difende la sua idea di Biennale «catalizzatore di energia e di polemica, capace di alimentare il dibattito». E a chi gli rimprovera un’ impostazione troppo astratta, risponde che l’architettura «non significa costruire edifici ma è un concetto semantico». Per Betsky si tratta di restituirle uno spessore critico: «Non bisogna chiedere soluzioni agli architetti, perché non sono bravi a darle. Possono intervenire per problemi tecnici ma appena si chiede loro di fronteggiare problematiche più complesse è un disastro». Il riferimento è al problema abitativo, di profonda attualità come dimostra anche la scelta del Padiglione italiano di utilizzare come tema “L’Italia cerca casa”: «L’impresa culturale a sostegno dell’architettura, spiega, è talmente scarsa che le risorse presenti sono sufficienti solo a costruire prigioni per persone poco fortunate». La Biennale non presenta, dunque, soluzioni ma «mattoncini che devono fanno riflettere e disturbano». Ma a Betsky non piace la parola utopia, «che significa aspirazione a realizzare un ambiente statico perfetto. Questa era l’aspirazione dei regimi totalitari del secolo scorso». Utopia e dittature secondo l’autore di “What is modernism” provengono, infatti, dallo stesso seme: la fiducia spropositata nella tecnologia e il desiderio di costruire un ambiente perfetto per gli esseri umani. «Per questo amo definire l’obiettivo di questa mostra semplicemente un sogno, fantasia che può diventare realtà, semplice volontà di realizzare e abitare spazi belli».
A chi gli chiede come è possibile sperimentare in presenza di regole rigide che dettano i limiti per la costruzione, Betsky risponde: «Alcune proposte architettoniche in mostra possono offrire suggerimenti alternativi» e ritorna sui limiti della tecnologia: «Un mezzo nelle mani dei committenti, perché i programmi per computer permettono di eliminare tutti i costi considerati accessori». Visitare la Biennale è, secondo il direttore, una maniera per trovare risposte alla domanda “Come posso aggirare i codici?”.
Betsky precisa che la dimensione spettacolare è stata evitata fin dall’inizio: «I grandi edifici dovrebbero essere frazionati in piccoli elementi, se penso agli edifici enormi costruiti negli ultimi tempi penso ad errori architettonici. Qui ci siamo concentrati sull’architettura di paesaggio perché chi si occupa di paesaggio è un bravo pianificatore e quindi sa come gestire gli spazi».
Se Baratta insiste tanto sullo scopo riformatore della mostra, Betsky sembra, invece, non farsi illusioni, e a chi gli chiede se la Biennale, che porta a Venezia fino alla fine di novembre 56 paesi diversi, può essere uno strumento per coinvolgere le popolazioni nel ripensare il territorio, risponde: «Bisogna trovare nuove forme, maniere più concrete, una mostra è una strada ma non è la migliore percorribile». Ma su un punto il direttore artistico è certo: le città sono scomparse. «Bisogna riconoscere il bello per reinventarle».

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2008/09/biennale-venezia-architettura.shtml?uuid=2df11bea-80cb-11dd-854f-cc6a0cde198f&DocRulesView=Libero

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