Orta di Atella: Oggi come ieri o peggio di sempre?

Visto che a distanza di più di 8 anni, il probblema della tutella e del recupero del centro storico continua ad essere un tema ai più sconosciuto o ignorato:  voglio riproporre un articolo che scrissi nel marzo del 1999 e pubblicato da “Il Giornale di Caserta” allorquando, nel corso dei lavori di ammodernamento della piazza di casapuzzano, fu eliminata la secolare fontana in piperno, che poi successivamente riapparve in una nuova veste, prendendo a pretesto un improbabile restauro che in realtà non fu altro che un rifacimento ex-novo.

Orta di Atella: Impossibile tacere di fronte ad un atto di vandalismo legalizzato

Per quanto lunga possa essere, difficilmente la vita dell’uomo raggiunge i cento anni, quindi, difficilmente l’uomo può sopravvivere a più di tre generazioni che si susseguono. È per questo che, per trasmettere la memoria di se alle generazioni future, egli non può far altro che affidare tale compito a ciò che l’uomo stesso crea e che riesce a sopravvivere molto più a lungo.

Così, in tutto il mondo, esistono luoghi, edifici, oggetti che indipendentemente dalla loro bellezza o dal loro valore artistico, dai loro autori e dalla loro importanza intrinseca, costituiscono la testimonianza (a volte unica) della civiltà, ormai scomparsa, che li ha creati, che li ha vissuti, che li ha utilizzati.

Ed ecco che la vista di una piramide richiama subito alla mente l’antica civiltà egizia, così come il Colosseo testimonia la civiltà romana, ecc.

Anche particolari materiali possono portare alla mente quelle civiltà che ne hanno fatto largo uso, così come particolari colori (es. rosso pompeano), oggetti ed altro che inducono il curioso a chiedersi chi ne sia l’artefice, l’attento osservatore a riflettere, a rinnovare il ricordo di una generazione scomparsa che ha lasciato una traccia di se, una sua impronta, tanto più grande e vistosa (Colosseo, piramidi, ecc.) quanto più importante e potente è stata la civiltà stessa che l’ha prodotta.  

Per tutte queste ragioni il compito dell’uomo moderno è quello di cercare di mantenere in vita tali testimonianze il più a lungo possibile, proprio perché con esse si mantiene viva la memoria di chi l’ha preceduto.

Distruggerle o lasciarle deperire senza intervenire, sarebbe come uccidere definitivamente chi, pur non essendoci più, resta vivo nella mente delle nuove generazioni che godono ancora della presenza di quell’oggetto, di quell’edificio o di quel luogo rimasto sempre lo stesso, pur essendo cambiate le abitudini, i bisogni, la mentalità dell’uomo che li vive, del quale quindi, testimoniano la presenza mantenendone viva la memoria.

Proprio come la poesia rende immortale il poeta che l’ha scritta, così le testimonianze storiche rendono immortali intere generazioni che da esse furono caratterizzate.

Purtroppo però, qui da noi, ad Orta, sono troppo pochi quelli che riescono ad essere sensibili a tali cose e che appaiono agli occhi della massa come tanti “Don Chisciotte” che si battono contro i mulini a vento, tanto è vero che dalla piazza di Casapuzzano è scomparso un oggetto apparentemente insignificante ma che in realtà costituisce una importante testimonianza delle generazioni che ci hanno preceduto, mi riferisco al blocco monolite di piperno che costituiva la fontana della piazza.

Essa richiamava alla memoria i nostri antenati, soprattutto i contadini che trovavano presso quel posto una tappa fondamentale nel recarsi ai campi e nel rinfrancarsi al ritorno da essi, dopo una dura giornata di lavoro.

Purtroppo, però, quella era gente umile, troppo povera per potersi permettere una fontana più decorosa alla quale affidare la memoria di se; ed ecco che come un assassino crudele la società ortese del 1999 ha pensato bene di strappare definitivamente il ricordo, la memoria delle generazioni che l’hanno preceduta, alle quali deve la propria esistenza.

Perché è accaduto ciò? Forse perché ci vergogniamo di ricordare le nostre origini? O forse perché è giusto ricordare solo chi è stato così ricco e potente da realizzare dei veri e propri monumenti alla propria memoria?

Molto spesso mi è capitato di fantasticare mentre passavo nei pressi della fontana dove in qualsiasi ora della giornata vi era sempre un certo numero di persone che si riforniva d’acqua, soprattutto nelle calde giornate estive, e nella mia mente rivedevo sempre una scena molto suggestiva. Immaginavo il contadino che, di ritorno dai campi, dopo una dura giornata di massacrante lavoro, si fermava col suo carro trainato dal cavallo e si rinfrescava, abbeverava l’animale e quasi rinfrancato, ritornava a casa.

Oggi invece non posso far altro che guardare la strada stando bene attento a non rovinare l’auto e quel luogo è divenuto un posto come tanti.

Eppure è molto strano che tutto ciò accada proprio qui da noi dove molto sentito è il culto dei morti, dove si continua a deporre lapidi alla memoria di chi non c’è più.

La realtà è che o la generazione che ci precede e che prepara la strada verso il futuro per noi giovani, è gonfia di tanta presuntuosa ignoranza e superficialità che continua ad uccidere chi è già morto e che, così ragionando, non può che offrirci un paese “forse più bello” ma sicuramente vuoto di storia, vuoto di significati, privo quindi di una propria IDENTITA’.

Per tutte queste ragioni, personalmente mi rifiuto di stare zitto di fronte a questo atto di vandalismo legalizzato che strappa ad una intera popolazione un elemento che, pur nella sua semplicità, racchiude in se dei significati così profondi: “il ricordo vivo di chi non c’è più”.

Per questo invito tutte le associazioni, sedicenti culturali, presenti sul territorio interessato a non far passare inosservato questo atto che potrebbe quasi definirsi criminale.

Il blocco di piperno ancora esiste, è diventato proprietà privata di qualcuno, per cui siamo ancora in tempo, è ancora possibile intervenire e far si che esso ritorni nel luogo che gli è proprio e a fare in modo che venga considerato un vero e proprio monumento alla memoria delle generazioni che passano.

Così facendo anche noi affideremo al monolite il compito di mantenere viva la memoria di noi stessi alle generazioni future che ci ricorderanno come “coloro che non vollero che venisse portato via”.

Francesco Villano

Orta di Atella, lì 20/03/1999

Pubblicato su “Il Giornale di Caserta” Anno XV n. 13 del 27 marzo 1999   

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