San Nicola La Strada(Ce)- Lo Uttaro, iniziata opera di bonifica «

San Nicola La Strada(Ce)- Lo Uttaro, iniziata opera di bonifica «

Prendiamo spunto da questa buona notizia, per pubblicare la “Relazione sul disastro ambientale in Campania …” di Raffaele Raimondi apparso sul Bollettino n° 4, anno I del 17 giugno 2007, dell’Assise di Palazzo Marigliano.

Interessante anche la video inchiesta andata in onda su Sky tg24 il 30 Settembre.

Rapporto sul disastro ambientale dei rifiuti in Campania; misure

volte a rimediarvi e ad ottenere il risarcimento ai danneggiati.

1 – Viviamo in una società affluente. L’aggettivazione affluente non è bella, ci deriva dall’inglese society affluent, ma rende bene l’idea di una società su cui vi è un continuo afflusso, affluiscono di continuo beni di consumo, durevoli o non, che però, una volta utilizzati, e divenuti dunque rifiuti di cui disfarsi, postulano, per così dire, una sistemazione. Una sistemazione tempestiva, cioè non rinviabile, perché continuo è l’afflusso dei beni di consumo sul mercato e dunque continua è la produzione di rifiuti. Una sorta di fiume che non si arresta. Per cui, se non vengono sistemati per tempo si accumulano.

E’ quel che sta accadendo in Campania ormai da alcuni anni. L’accumulo di rifiuti è fenomeno di fronte al quale non è possibile rassegnarsi, perché l’accumulo non si ferma, ma monta continuamente e se non si interviene in modo appropriato, il fenomeno è destinato ad aggravarsi.

Con l’effetto che l’accumulo prima cagiona un’emergenza, poi l’emergenza dell’emergenza, poi ancora il disastro con pericolo di epidemia, infine – che è quel che ha dichiarato di paventare il commissario straordinario di governo Bertolaso con il sopraggiungere della stagione calda – l’epidemia vera e propria.

Se si vuole venire a capo di tale processo in atto e scongiurare non più soltanto il già esistente disastro col pericolo di epidemia, ma l’epidemia vera e propria, è necessario approfondire come, perché, quando e a causa di quali soggetti, persone fisiche e organismi, il ciclo dei rifiuti è deragliato e purtroppo continua a deragliare. Tutte cose, queste, da accertare, se ci si vuol ripagare dei danni che intanto da tale deragliamento son derivati.

2 – Ma, prima ancora, poiché il deragliamento è in atto, c’è da chiedersi: che fare per porvi rimedio? Ebbene, la Commissione bicamerale di inchiesta sui rifiuti, allarmata anche dai reiterati sequestri in Campania degli impianti di cdr da parte della Magistratura penale, convocò il 27 luglio 2004 il nuovo commissario straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti in quella regione, il prefetto Corrado Catenacci, perché questi facesse il punto della situazione. In questa occasione il neocommissario sintetizzò la situazione da lui ereditata come “l’emergenza dell’emergenza“.

Spiegò anche che la raccolta differenziata era ben lontana dalle soglie minime previste dalla legge e dalle ordinanze della Protezione civile. Anche se alcuni comuni virtuosi, specie nel salernitano, avevano ampiamente superato tali soglie. Va detto qui per inciso, che quando si parla di raccolta differenziata, si dice la parte per il tutto. Dove il tutto è più compiutamente il recupero dei rifiuti.

Se infatti la raccolta differenziata si limita alla separazione delle frazioni merceologiche dei rifiuti (cartoni, plastica, vetro, legno, alluminio, ecc.) da parte delle casalinghe o dei ristoratori e nella collocazione di tali frazioni nelle campane multicolori, salvo poi a rimettere di nuovo tutto insieme, la raccolta differenziata si risolve in una farsa. E’ l’aborto dell’attività di recupero prescritta dalla legge. Tale attività parte soltanto dalla raccolta differenziata, ma, per avere senso, deve compiersi e completarsi mediante il trasporto dei rifiuti differenziati ai terminali della filiera. Quanto dire alle aziende che hanno il compito di lavorare i rifiuti e trasformarli in prodotti da collocare sul mercato.

Soltanto così i rifiuti diventano una risorsa.

Tornando all’accenno fatto dal commissario Catenacci, gli organi di stampa sono andati alla ricerca dei comuni virtuosi che erano sfuggiti all’emergenza, proprio per aver fatto quello che la legge suggeriva loro di fare; e che bene o male si fa in tutte le altre regioni di Italia. E che fa la differenza con esse. La ricerca è culminata nell’individuazione di alcuni comuni, specie nel salernitano: Baronissi, Mercato San Severino, Atena Lucana, ecc. Il sindaco di quest’ultimo comune appena nominato, accreditato di una raccolta differenziata pari al 96%, in un’intervista apparsa su La Repubblica del 15 dicembre scorso, ha spiegato come nel suo territorio egli aveva risolto il problema secondo i canoni di legge:

Io per legge dovrei coprire almeno il 50% dei costi con i soldi dei cittadini. Glieli faccio risparmiare. Copro con i ricavi della vendita dei rifiuti. Basta differenziarli. L’umido va da una parte. Lo mando poi tutto all’impianto di compostaggio a 4 km., a Polla; quindi alla piattaforma Nappi-sud di Battipaglia. Ho i contratti con Comieco per il cartone, Corepla per la plastica, Coreve per il vetro, Lial per l’alluminio, Rilegno per il legno. La differenziata è un affare. I rifiuti sono il grande business per chi fa le discariche., ma non è il mo caso. Oppure per chi punta sul riciclo e riuso, è il caso di Atena” “Quando rende? Chiede l’intervistatore al sindaco.

Ragiono ancora in lire. Perché mi occupo di questo da tempo, da quando ero assessore all’ambiente: 440 lire ogni chilo di plastica, 180 il cartone, 770 l’alluminio” ecc.

Gli stralci dell’intervista rilasciata dal sindaco di Atena Lucana, meglio di qualsiasi concettualizzazione, rendono in parole semplici quel si deve fare di corsa, se si vuol arrestare il deragliamento del ciclo dei rifiuti in atto e riportarlo sui binari, a scongiurare che culmini in un’epidemia: utilizzare il più possibile le industrie che lavorano i rifiuti trasformandoli in prodotti di mercato, ad evitare che essi finiscano nei termovalorizzatori o nelle discariche. Industrie, che, peraltro, già operano in Campania e, paradossalmente, in buona parte, lavorano i rifiuti che acquistano da fuori regione.

Prosegue il sindaco: “Ad Atena non c’è un solo sacchetto abbandonato”. In Campania, invece, commenta l’intervistatore, sono montagne.

“Siamo di nuovo alle discariche” – conclude il sindaco – “il termovalorizzatore di Acerra è stato progettato dieci anni fa, Nasce vecchio (…) la gente ha paura e si ribella”. Sin qui l’intervista.

Per completezza, va aggiunto e precisato che il progetto del termovalorizzatore di Acerra, risale in effetti a dieci anni fa. Ma la tecnologia che connotava tale progetto, vagliata dalla Commissione VIA presso il Ministero dell’Ambiente – relazione del 20 dicembre 1999 – fu giudicata rimontare ad oltre 30 anni prima e cioè agli anni ’60. Quando cioè gli inceneritori sprigionavano diossina a iosa.

Per cui si spiega la resistenza opposta in questi anni dalla popolazione, che è spaventata, come ha rilevato anche l’ultimo commissario, Guido Bertolaso.

3 – Al più presto, al di là delle misure contingenti, al disastro si rimedia dunque mediante il maggiore riciclo possibile dei rifiuti differenziati grazie alle aziende che li trasformano. In pari tempo va presa in considerazione – anche a scongiurare ulteriori aggravi alle popolazioni campane, a cominciare da inasprimenti della TARSU – la prospettiva di ripagarsi, in un prossimo futuro, dei danni subiti ad opera di soggetti imposti alla Campania ma che campani non sono.

In uno Stato di diritto è, infatti, inammissibile che restino non risarciti e non sanzionati i danni causati ai singoli cittadini, alle categorie, alle comunità da un disastro che non sia dovuto ad eventi naturali, quali un terremoto o un’alluvione, ma ad un fatto dell’uomo che abbia messo in pericolo la incolumità delle persone. A tale esigenza ha corrisposto la giurisprudenza della Corte Suprema culminata nella nota sentenza delle SS. UU. civili 21/2/2002, n. 2515. Tale decisione, con riferimento ai danni provocati dal disastro ambientale dell’ICMESA di Seveso, ha confermato che “in caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo (artt. 434 e 449 c.p. il danno morale soggettivo – lamentato dai soggetti che abitano e lavorano in detto ambiente e che provino in concreto di aver subito un turbamento psichico (sofferenze e patemi d’animo) di natura transitoria a causa dell’esposizione a sostanze inquinanti e alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loro vita – è risarcibile autonomamente anche in mancanza di una lesione psicofisica (danno biologico) o di altro evento produttivo di danno patrimoniale, trattandosi di reato plurioffensivo, che comporta, oltre all’offesa all’ambiente e alla pubblica incolumità, anche l’offesa ai singoli, pregiudicati nella loro sfera individuale, sicchè è sufficiente che la condotta, sia commissiva che omissiva, con l’evento dannoso da essa cagionato, ingeneri pubblica apprensione con restrizioni e limitazioni della libertà di azione e di vita”.

La multinazionale svizzera, proprietaria dell’ICMESA, dopo la condanna dei suoi preposti per il reato sopradetto, risarcì mediante transazioni soltanto alcuni dei danneggiati, rifiutando il risarcimento ad altri. La pronuncia della Suprema Corte consentì anche a costoro di ripagarsi dei danni subiti.

4 – Alla luce di tale giurisprudenza, ma, prima ancora, della normativa, quella europea e quella italiana di attuazione, è inimmaginabile che i soggetti menzionati all’inizio, magari attraverso le associazioni dei consumatori e sodalizi consimili, non possano ripagarsi dei danni loro causati dagli organismi – e per essi dai rispettivi preposti – che hanno così malamente operato nella gestione dei rifiuti in Campania. Al punto tale da far precipitare questa regione, a detta del Commissario Bertolaso, in una condizione da “quarto mondo” o in una condizione così dissimile dalle contigue regioni del Lazio e della Puglia; quasi la Campania fosse un paese a sé stante. Addirittura fuori dell’Unione Europea, essendo stati violati i principi comunitari in materia.

In Campania, l’opinione pubblica, disorientata, si chiede insistentemente come mai la gestione sia soddisfacente nelle altre regioni e soltanto da noi ha provocato un disastro che tuttora sta ponendo a rischio la incolumità delle persone, come ha già denunciato, con il grido di allarme di “rischio epidemie per i rifiuti”, il Commissario Bertolaso innanzi alla Commissione Ambiente della Camera il 13 marzo u.s.

Si intende, infatti, per disastro “l’accadimento grave e complesso, idoneo a porre in pericolo l’incolumità di un numero indeterminato di persone” (Cass.Pen., Sez. IV, 5/2/91; Sez. IV, 3/8/2000; Cass. Sez. Un. civili 21/02/2002, n. 2515). In cui l’evento può essere contemporaneo alla condotta o maturare progressivamente ovvero può esser differito rispetto alla condotta colposa, commissiva o omissiva, posta in essere, come nel disastro da crollo pure previsto dall’art. 434 c.p..

Disastro, nel nostro caso, invero, già annunciato dall’arsenico reperito dai consulenti del P.M. nei rifiuti della FIBE e comunque, prima di qualsiasi giudice, conclamato per decreto. Quello che nella prima decade dell’ottobre scorso (9/10/06 n. 263) ha insediato di urgenza il nuovo Commissario, Bertolaso appunto, con la motivazione: “L’emergenza nel settore dei rifiuti in atto in Campania, considerata la gravità del contesto socio-economico-ambientale derivante dall’emergenza medesima è suscettibile di compromettere gravemente i diritti fondamentali della popolazione della Campania, attualmente esposta al pericolo di epidemie e di altri pregiudizi alla salute”. Il decretolegge seguiva di qualche settimana il monito del Capo dello Stato, che, traendo spunto da un incidente sul lavoro in cui avevano trovato la morte due operaie, in un comunicato del luglio scorso, recepito dalla stampa nazionale con titoli a tutta pagina, “sollecitava il più rigoroso accertamento delle violazioni e una ferma azione anche nei confronti degli organismi preposti a compiti di vigilanza, che non avessero assolto ai loro doveri” con indagini da condurre “anche sul piano giudiziario” per “stabilire anche le responsabilità pubbliche in materia di rispetto di norme”, di modo che, all’occorrenza, andassero sanzionati anche coloro che avrebbero dovuto vigilare, e, per loro colpa, non avessero vigilato a che certe sciagure accadessero.

Orbene, a fronte di tanti edifici che stanno egregiamente in piedi, talora succede che ce ne sia uno, che, magari a distanza di tempo, crolli su sé stesso perché l’ingegnere che lo ha progettato non ha osservato le più elementari regole della propria professione. In tal caso è arduo ricomporre l’edificio, ma tocca ricostruirlo daccapo, osservando quelle regole che sono state violate. Intanto il tecnico o i tecnici vengono chiamati a rispondere anche civilmente della cattiva progettazione nei riguardi delle persone danneggiate. Lo stesso dovrebbe accadere per la gestione dei rifiuti in Campania, frutto di un’errata progettazione, non tempestivamente corretta.

5 – Le regole e i principi sono, infatti, come i binari su cui corre un treno. Se il macchinista non si accorge di un segnale di arresto e il treno esce dai binari, deraglia e si scompagina, è poi difficile ricondurlo sul suo percorso.

E’ quel che è successo per la gestione dei rifiuti in Campania, dove i binari sono i principi della normativa europea e di quella italiana di attuazione, in particolare il capo I, titolato appunto Principi generali, artt. 1 ss, d. lgs. n. 22/97 e succ. mod. In Campania, appunto, disattesi i principi, la gestione è deragliata, si è scomposta, e, come ha rilevato il neocommissario Bertolaso, la gente si è spaventata, sicchè questi fa fatica a riportare la gestione sui binari.

Nelle altre regioni, dove pure vengono impiegati i termovalorizzatori – ma di ultima generazione – prima ancora, come la legge impone, si fa la raccolta differenziata, per cui i rifiuti anche fino al 60% vengono recuperati e trasformati da apposite aziende in prodotti di mercato. Il rifiuto diviene risorsa.

In queste regioni lo smaltimento mediante incenerimento ha costituito davvero la fase residuale in piena osservanza del principio di cui all’art. 5, comma 1 d.lgs cit.

L’interesse di chi gestisce l’incenerimento è tuttavia opposto a quello del recupero dei rifiuti. Perché meno se ne recuperano, più se ne devono bruciare e più si guadagna. E, magari, ai fini della combustione si ha interesse a bruciare frazioni differenziate come cartoni e plastiche, che potrebbero essere più utilmente recuperate. La questione fu posta in termini assai corretti dal subcommissario Giulio Facchi, che, al suo arrivo in Campania, in un’intervista rilasciata nel giugno 2000 a un giornale locale e rintracciabile su Internet, alla domanda se fossero davvero indispensabili i termovalorizzatori, ebbe a dichiarare testualmente “Se la raccolta differenziata raggiungesse la percentuale del 40% sarebbe sciocco prevedere impianti di incenerimento dei rifiuti”. “Ci dicono i tempi sono stretti”, obiettò l’intervistatore. Ma quello rispose:: “Il 40% di rifiuti riciclabili si può raggiungere in sei mesi”.

6 – Senonchè, in Campania la società dell’Italia settentrionale che si è aggiudicata la gara dello smaltimento, aveva la pretesa di bruciare l’intero quantitativo dei rifiuti prodotti in impianti ciclopici – quello realizzando in Acerra, si vuole, dovesse essere il più grande di Europa – impianti per giunta a distanza ravvicinata, in dispregio al principio della minima movimentazione, di cui all’art, 21, comma 3, lett. c), d. lgs. cit. e, in ogni caso sovradimensionati, come evidenziò la Commissione per la valutazione della compatibilità ambientale presso il Ministero dell’Ambiente nella sua relazione del 20/12/1999.

Il massimo organo di consulenza dello Stato rilevò infatti che nella progettazione non si teneva conto del crescente quantitativo di rifiuti che avrebbe dovuto essere recuperato mediante la raccolta differenziata in non meno del 40% già alla data del 31/12/2001. La pretesa di bruciare tutti i rifiuti senza la raccolta differenziata, con la suaccennata tecnologia, vecchia di oltre trenta anni – laddove per legge avrebbe dovuta essere la più perfezionata (art. 5, comma 3 d. lgs. cit.) – venne smascherata e bocciata dalla Commissione, che mise in guardia il Governo e il Commissario straordinario.

All’indomani della relazione, il ministro dell’Interno, facendo propria tale preoccupazione nel preambolo, con l’ordinanza 21/12/1999 n. 3032 “Disposizioni urgenti per fronteggiare l’emergenza ecc., si precipitò ad ingiungere al Commissario delegato di “accelerare la attività di raccolta differenziata” (art.4). A sua volta il ministro dell’Ambiente, allarmatosi, si premurò di far avere al Commissario – che è organo del Governo anche quando questo, come nella fattispecie, lo abbia scelto nella persona del presidente della Regione – la menzionata relazione in data 30/12/1999, con timbro di ricezione 31/12/1999.

Il Commissariato, invece, anziché percorrere i binari della normativa europea e italiana di attuazione e cioè invece, di imboccare, come prima cosa, la strada della raccolta e del recupero dei rifiuti, prescrittagli e sollecitatagli dalla Commissione VIA, dal Ministro degli interni e dal Ministro dell’Ambiente, si comportò come se la legge non esistesse. E, negli anni successivi proseguì la sua corsa nel solco della messianica prospettiva che gli impianti di smaltimento da soli (cdr e termovalorizzatori), senza più neppure le discariche legali ormai saturatesi, risolvessero ogni problema. Non tenendo in tutto questo tempo nella benché minima considerazione i rilievi e le sollecitazioni della Commissione parlamentare bicamerale di inchiesta sui rifiuti e i reiterati sequestri di tutti e sette gli impianti di cdr disposti dalla Magistratura penale. Reiterati sequestri, che, col reperimento anche di arsenico oltre la soglia nei rifiuti dei cdr della FIBE, gli avrebbero imposto, a causa del grave e persistente inadempimento, di ottenere la immediata risoluzione del rapporto contrattuale con la detta società. Rapporto invece tenuto ostinatamente in vita per anni e per la cui definitiva rescissione è dovuto, da ultimo e in modo assolutamente inconsueto, intervenire il Parlamento con legge. Il tutto, con l’effetto inevitabile di provocare il deragliamento del ciclo dei rifiuti in Campania e il conseguente disastro ambientale.

7 – Il Commissariato, dunque, anziché ribaltare e correggere secondo legge l’ impostazione illegale del progetto – tutto smaltimento e niente recupero – e per nulla preoccupato della tecnologia superata della società affidataria dello smaltimento, lasciò che la regione scivolasse in quella “emergenza dell’emergenza”, così definita, cinque anni dopo, dal prefetto Catenacci, nella sua audizione del 27/7/2004 avanti alla Commissione bicamerale per i rifiuti. Senza, in questi anni, alcun progresso nella raccolta differenziata e nel recupero. Anzi, la raccolta differenziata, definita dalla Commissione bicamerale per i rifiuti come “sostanzialmente inesistente“, servì unicamente per l’assunzione a tempo indeterminato di 2316 dipendenti, che, remunerati con oltre tre milioni delle vecchie lire al mese e con una spesa di 55 milioni di euro all’anno, non facevano niente: “al bar spendono tutti i soldi giocando a zecchinetta”. (sic sempre Catenacci!).

La violazione non solo delle norme, ma finanche dei principi che regolano la gestione dei rifiuti e dunque la colpa specifica, al di là delle negligenze rilevabili, hanno determinato il disastro ambientale tuttora in atto, esponendo le popolazioni, le categorie, singoli cittadini al rischio di epidemie e di pregiudizi alla salute: fra tutte le regioni la Campania è buon ultima nelle attese di vita! Esponendo, inoltre, i medesimi soggetti a danni di ogni genere, patrimoniali, morali, biologici, esistenziali, di immagine, cui vanno aggiunti quelli per le spese occorrenti a scongiurare il detto rischio (trasporti di rifiuti anche all’estero, aumenti della TARSU, costi delle bonifiche, storno dei fondi europei, ecc.), oltre all’esposizione al mortificante pubblico ludibrio nazionale e internazionale.

8 – Anche il nuovo decreto-legge, adottato dal Consiglio dei ministri nella seduta dell’11/5/07, ha evidenziato che la situazione di emergenza in atto “è suscettibile di compromettere gravemente i diritti fondamentali della popolazione della regione Campania, attualmente esposta al pericolo di epidemie e altri pregiudizi alla salute”. Non essendo stata causata l’emergenza da alluvione, terremoto o altra calamità naturale, ma da cattiva gestione del ciclo dei rifiuti, il decreto afferma il reato di disastro ambientale colposo, di cui agli artt. 434 e 449 c.p., lasciando ai giudici il compito di accertare i responsabili. La loro individuazione consentirebbe di adottare nei confronti dei soggetti da questi rappresentati, con le altre misure di immediato ripristino della legalità, quelle volte in particolare a garantire il risarcimento (sequestri conservativi) a quanti, danneggiati, intendessero costituirsi parti civili nel procedimento, nonché a coloro che, dopo la definizione del procedimento medesimo, intendessero mediante azione civile ripagarsi dei danni subiti.. In conclusione, è davvero paradossale – con il succitato decreto-legge dell’11/5 u.s., mediante gli inasprimenti della TARSU – la pretesa di far carico alle popolazioni campane delle spese derivanti dalla catastrofe dei rifiuti. Quasi che tali popolazioni o gli organi da esse democraticamente eletti, non fossero stati espropriati per oltre 13 anni di ogni potere in materia e tali poteri non fossero stati esercitati invece dal Governo nazionale – e, per esso, dai suo Commissario straordinario delegato – e dalla società affidataria del progetto e dei lavori. I soli responsabili del disastro.

Napoli 22 maggio 2007 Raffaele Raimondi

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