Libero professionista per “Passione” o semplicemente perché è meglio che “me la sbrigo da me, visto che il sistema non mi coinvolge!”?

In vista dell’approssimarsi della pausa estiva, pubblichiamo un articolo dal contenuto “duro, drammatico e realista”, che lascia grande spazio a riflessioni e commenti di ogni sorta. Con l’occasione auguriamo a tutti i lettori “Buone Vacanze” ed un “arrivederci” agli inizi di ottobre con nuove rubriche attraverso le quali cercheremo di offrire servizi utili a tutti (professionisti e non).

Dalle esperienze di alcuni amici le ragioni che spingono ad associarsi e mettere in campo le proprie capacità e conoscenze al servizio di un fine comune: Il successo professionale.

FRANCESCO da Orta di Atella (CE) (Architetto): Agli inizi della mia carriera universitaria, ero convinto che un laureato sarebbe entrato nel mondo del lavoro partendo da un certo livello medio-alto limitato dalla semplice mancanza di esperienza che avrebbe poi successivamente consentito di raggiungere livelli più alti di professionalità e qualifica.

Terminati gli studi, mi è bastato ben poco per rendermi invece conto che, superate le enormi difficoltà iniziali relative all’interrogativo “cosa fare del futuro?”, mi si presentava la possibilità di una collaborazione con uno degli studi professionali presenti nel mio stesso paese. Altro che livelli medio-alti, mi accorsi subito che non ero altro che un disegnatore e di tanto in tanto anche un centralinista o portiere.

Immaginai di trovarmi in una moderna versione del feudalesimo dove al potere si sostituiva l’esperienza, per cui chi ha più esperienza, offre la possibilità a chi non ne ha di far conoscenza con il mondo del lavoro in cambio di collaborazioni pluridisciplinari a bassissimo costo.

Abbandonato tale percorso, per me ancora troppo teorico e poco pratico, mi volsi al mondo dell’impresa. Dopo un primo anno di grosse difficoltà legate alla totale assenza di esperienza in materia, mi trovai ad affrontare una delle più belle esperienze, “Il polo della Qualità” un mega cantiere ormai in dirittura di arrivo in costruzione a Marcianise (CE). Qui tutto era immenso, proprio come le grandi strutture che ci abituano a studiare all’università e che di solito vediamo solo nelle riviste di settore. Purtroppo però, al fascino dell’esperienza vissuta, non coincideva quella ricercata soddisfazione di partecipare anche al dibattito progettuale. In questo caso quindi, troppa pratica e niente teoria.    

Intanto tra studi professionali, imprese e scuole, il mio curriculum si diffondeva. “Collaborazione presso studi tecnici già affermati,  consulenza alle imprese di settore, scuola, libera professione“, tutte facce di una stessa medaglia, tutte accomunate da un univoco binomio: Difficoltà e Precarietà. Sembra quasi che l’università ci prepari ad essere professionisti della precarietà.

A questo punto inizia a maturare, quasi automaticamente, una convinzione: Visto che comunque vada, difficoltà e precarietà, restano al tuo fianco, tanto vale arrangiarsi da se e buttarsi nella mischia dei liberi professionisti. Ed è qui che le cose si complicano ulteriormente. Se si riesce in qualche modo a superare il grande scoglio della ricerca di un cliente, si è poi costretti subito dopo ad avere a che fare con leggi e regolamenti che non sono mai univoci e che vengono interpretati in maniera sempre diversa a seconda del responsabile del procedimento che incontri; superata anche questa prova, si fanno i conti con i tempi tecnici che la legge cerca di garantire e che per quanti sforzi questa faccia in tale direzione, essi dipendono sempre da sponsorizzazioni che si è costretti a ricercare all’interno delle amministrazioni locali. Rieccoci ad avere a che fare nuovamente con il giuramento Vassallatico, con quell’immixtio manuum che ci garantisce tempi certi e flessibilità dei regolamenti in cambio di appoggio politico e consulenze gratuite.

In tutto questo, lo Stato che fa? Purtroppo non se ne sta a guardare (sarebbe già qualcosa), ma contribuisce a scavarti la fossa. Infatti, mentre da un lato, con le politiche del lavoro incentiva il precariato, dall’altro, con le politiche fiscali, ti alita sul collo con assurdi studi di settore ai quali devi per forza adeguarti perché se hai un Pc devi per forza produrre un reddito, e se a questo aggiungi una stampante o peggio un plotter, allora sei uno che di lavoro ne ha e quindi devi pagare. In pratica mentre tu devi serenamente accettare di vivere nella precarietà consapevole che oggi lavori e domani chi sa; lo stato invece, che il lavoro dovrebbe costituzionalmente garantirtelo, non può accettare che improvvisamente i tuoi conti non si trovino allineati agli studi di settore e quindi via con i controlli e le verifiche. 

Tirando le somme, quindi, ho proprio l’impressione che

  • l’università ti prepara ad un’attraversata oceanica fornendoti una piccola imbarcazione e due remi;
  • gli enti locali formino delle correnti che possono agevolare o ostacolare la navigazione asseconda della loro direzione;
  • lo stato sia totalmente impegnato a creare onde sempre più grandi e a disseminare scogli un po’ ovunque per rendere la traversata quanto più difficoltosa e ricca di avventura.

Il vero dramma sta nel fatto che se provi a guardarti attorno vedi altre barche come la tua equipaggiate però con alberi e vele gonfiate dal vento e con impressi sopra gli stemmi dei partiti politici, superarti con gran facilità; o altre ancora addirittura fornite di un motore alimentato da amicizie e commistioni. Ed ecco divenire ancora più faticoso il procedere con quei remi che rischiano di cadere in mare nell’impetuoso urto con le onde o di frantumarsi su quegli scogli disseminati un po’ ovunque. Per queste ragioni è nata l’idea di aderire ad un’associazione tra professionisti che unendo le loro piccole imbarcazioni a formare una grande nave mossa dalla forza di tanti remi, consenta di ridurre le enormi difficoltà che l’oceano del lavoro ci riserva.

BARTOLOMEO da Orta di Atella CE (Architetto): …Carriera Universitaria…? Non credo sia il termine più appropriato per chi crede che, l’università dia una formazione ed una preparazione tale che consenta di avviarsi verso quel mondo chiamato lavoro.

Molti giovani laureati si sentono i padroni del mondo non appena hanno sostenuto l’esame di laurea, come è successo anche a me, ma poi ci si accorge passata la sbronza che, sei un disoccupato con tanto di laurea ( con la differenza che ti chiamano architetto) e che il mondo tutto ti offre tranne che una opportunità di  lavoro e se hai la possibilità di lavorare, devi farlo a basso costo (perché vieni solo sfruttato),  ed in alcuni casi nemmeno retribuito.

Nel mio piccolo posso considerarmi forse fortunato, se cosi si può dire, visto che dopo cinque mesi dalla laurea vengo contattato (dopo l’invio di una miriade di curriculum) prima da uno studio dove lavoro per qualche mese, successivamente da un altro molto grande. Uno studio associato, (dove compreso me, c’erano 25 architetti, due geometri, due ingegneri e collaboratori vari). Entrambi in toscana, dove lavoro per un anno e mezzo circa e in quest’ultimo mi rendo conto che tutto ciò che ho appreso all’università, altro non è che, teoria. Che a tutto serve tranne che alla pratica realtà. In questa struttura inizio ad assorbire le vere problematiche di un progetto in tutte le sue fasi. La differenza tra un opera di edilizia residenziale ed un’ opera infrastrutturale. Il passaggio da un progetto preliminare (prettamente scolastico/universitario fine solo ad una idea), ad un progetto definitivo ed esecutivo con tutte le problematiche del caso.

“Da premettere che durante il mio cammino universitario e in quei pochi mesi dopo, ho sempre cercato di crescere professionalmente,  in studi professionali come progettista/collaboratore, grafico/designer (naturalmente vi lascio immaginare con che retribuzione …  mentre gli stessi studi guadagnavano fior di soldi grazie anche al mio contributo) ed ero convinto di sapere, anche perché il mio lavoro si basava nella redazione di progetti preliminari ed elaborazioni tridimensionali associate ad una restituzione grafica del progetto (rendering). E mi sono accorto poi che, le uniche cose di mia conoscenza, altro non erano che, quel poco di teoria e miserissima pratica.

Dopo questa mia esperienza, ossia dopo un anno e mezzo circa, decido di lasciare la Toscana e tornare dalle mie parti:

•1)      perché se pur ben remunerato, quello che guadagnavo non mi consentiva di vivere in Toscana, visto il costo della vita in quella regione;

•2)      perché pensavo che dopo tanti anni di studio, l’esperienza maturata, la voglia di crescere professionalmente, associati ad una sana ambizione mi consentissero di crearmi una mia struttura, un mio studio professionale”.

A questo punto, mi imbatto nella libera professione, cercando di realizzare quel sogno, quell’ambizione, nella speranza che pian piano avrei costruito qualcosa.

Beh… vi dico che ancora sto costruendo e vi spiego anche perché!

Riflettendo, informandomi e guardandomi in giro, iniziai a capire come poter esprimere la mia professione, e lo feci nel modo più semplice, ossia inviando curriculum ai vari enti pubblici per essere inserito nelle famose graduatorie per affidamenti di incarico con importi inferiori a 100.000€ (oggi chiamate comunemente prestazioni di servizi), nella speranza di ottenere un incarico. E non vi nego che ho avuto anche molti riscontri … inviti dai vari enti sparsi un po’ qua ed un po’ là in Italia (e pensai: ecco, forse sto iniziando a veder realizzato qualche mio sogno)…con solo un piccolo particolare però:

  • 1) mi invitavano a comunicare e documentare il mio operato nei cinque anni trascorsi in quel settore specifico;
  • 2) mi invitavano a comunicare il fatturato dei lavori realizzati e l’organico della mia struttura professionale;
  • 3) in alcuni casi richiedevano l’iscrizione all’ordine da almeno dieci anni;

Ora vi chiedo: cosa vi lascia pensare tutto ciò?

Vi rispondo io?…lascia pensare che siamo destinati ad essere dei disoccupati, a meno che non hai tuo padre che di professione fa l’architetto, o l’ingegnere che, magari lavora da anni avendo assorbito tutto quello che ho citato e che grazie a quel papà anche uno di noi accumula curriculum che consenta di poter adempire alle richieste di enti; meglio ancora, un parente assesore ai lavori pubblici, o parlamentare … ecc. ecc. (a me sembra che facciano dei bandi su misura per determinati soggetti).

“A tale proposito voglio  raccontare un episodio accaduto proprio nel mio comune, si perché anche li ho fatto richiesta, presentato curriculum e non solo, ma anche richiesto ed ottenuto un incontro con il sindaco ed  un assessore responsabile di queste cose, chiedendo se fosse possibile avere qualche piccolo incarico se pur di collaborazione con altri tecnici in qualche opera da realizzarsi nel “mio” comune …(visto i vari affidamenti avvenuti a soggetti vari, sempre esterni al comune senza una regolare pubblicità del bando e quant’altro avesse consentito di partecipare),  chiedendo spiegazioni sui criteri adottati nell’affidare un incarico superiore ai 100.000€, gestito come una semplice prestazione di servizi.

Beh… la risposta dell’assessore responsabile? (disarmante e sconcertante)”…perché il tecnico incaricato si trovava in difficoltà economiche ed aveva bisognodell’incarico”…oggi quello stesso tecnico è responsabile del procedimento del comune di Orta di Atella.

…che dire giudicate voi…”!!!

Quindi in definitiva mi associo al collega nelle definizioni precedenti con delle piccole precisazioni:

  • l’università ti prepara ad una attraversata oceanica fornendoti non una piccola imbarcazione e due remi? Io credo invece che l’università ci offra un modello “fai da te” da montare per poter imbattersi in quella traversata (dandoti spiegazioni teoriche sul montaggio, ma senza fornirti neanche il libretto di istruzioni);

  • gli enti locali? Sono delle correnti che possono agevolare o ostacolare la navigazione asseconda della loro direzione, colore politico e conoscenze, facendo anche beneficenza in certi casi;

  • lo stato? Si impegna a creare ostacoli e onde artificiali (altrimenti sarebbe troppo semplice) sempre più grandi per rendere quella traversata quanto più difficoltosa possibile.

Ecco le ragioni per le quali abbiamo pensato di fondare e far nascere un’associazione tra professionisti, nella speranza che in questo modo, unendo le nostre forze, competenze e perché no, piccole conoscenze assimilate un pò qua ed un pò là, unendo cosi quelle piccole imbarcazioni …(da montare o già montate e provviste di remi)… sia possibile assemblare una grande nave che, mossa dalla forza di tanti remi, ci consenta di affrontare in maniera più agevole questo immenso mare.

Cosa dire di più…almeno ci proviamo prima di ritrovarci a vendere la frutta!!!

______________________________________________________

In riferimento al tema in questione, riproponiamo uno stralcio dell’intervento di Salvatore Muratore (Presidente del CNSU) sul tema “Dall’Università al lavoro” che consideriamo di grande interesse e condividiamo in pieno.

 Roma, 23 febbraio 2006

…- Il Mezzogiorno si sta svuotando delle migliori intelligenze, in fuga per il Nord o verso l’estero, e quella famosa e auspicata ripresa del Mezzogiorno, che potrebbe riportare l’intero Paese ad avere una crescita omogenea e seria, rischia seriamente di essere compromessa da ciò, oltre che da politiche nazionali “superficiali” in questi anni e da previsioni normative che in breve periodo potrebbero ulteriormente distanziare i percorsi di crescita tra un giovane del Sud Italia ed uno del Nord Italia. ….-

…- Riguardo le riflessioni sul differenziale occupazionale del settore tecnicoscientifico e del settore umanistico, vorrei dire la mia: sì, sono aumentate le iscrizioni, anche in coincidenza di provvedimenti del MIUR, ma non ritengo, però, che l’amore per la scienza e per le tecnologie nasca solo sulla base di una detrazione dalle tasse, sulla base di una borsa di studio o, ancora e per assurdo, sull’aumento delle tasse dei corsi umanistici a favore di quelli scientifici. L’amore per la scienza e per le tecnologie deve essere coltivato sin dalle scuole elementari e, soprattutto, ad esso devono aggiungersi nuovi e forti investimenti in ricerca ed innovazione. Se incentiviamo corsi di laurea in tali discipline, dobbiamo anche capire come dare sbocco ai laureati da essi generati. Vorrei dare conferma di quanto sia difficile per un giovane trovare lavoro dopo la laurea: il senso di smarrimento e la frustrazione che si prova nell’attesa di trovare un’occupazione sono sensazioni risapute. Non possiamo che guardare con interesse, quindi, ad una formazione orientata al lavoro, che abbia delle regole condivise, che dia ai giovani laureati la cognizione del loro saper fare, delle loro competenze, delle loro attitudini e che sappia metterli in grado di competere nel Paese e nel mondo. In molti Paesi europei, fra cui Francia e Danimarca, gli interventi a favore dei giovani sono un tema centrale; in un’ottica lontana dalla demagogia elettorale, auspico ciò anche per il nostro Paese. In breve, occorre accelerare azioni volte alla collaborazione tra università, imprese e territorio; occorre aprire gli ordini professionali, con tirocini agganciati già al percorso di studio e meno sbarramenti in ingresso; occorre favorire l’accesso al credito ai giovani, in modo che questi non continuino a gravare sempre e solo sulle famiglie, spesso non abbienti; bisogna produrre riforme condivise ed a lungo raggio, senza improvvisazioni; necessitano, infine, forti investimenti per il Mezzogiorno, estranei al mero assistenzialismo, ma con vincoli di produttività economica e di occupazione. Bisogna sbloccare le assunzioni della pubblica amministrazione. Non capisco come si incentivi la permanenza al lavoro di lavoratori in età pensionabile, mentre molti giovani aspettano di dare il loro contributo alla crescita ed al miglioramento del nostro Stato. Vanno potenziate le politiche di orientamento pre-universitario e postuniversitario, accompagnate da una seria politica di welfare studentesco che porti lo studente a laurearsi serenamente. Sappiamo che molti di quegli studenti-lavoratori censiti lavorano per mantenersi agli studi; non conteggiamoli, quindi, fra gli studenti-lavoratori che hanno raggiunto la piena gratificazione e la piena realizzazione del proprio percorso di vita e professionale. Molti giovani sono costretti a lavorare durante il percorso di studi per mantenersi. Tale categoria necessita di un nuovo assetto di welfare studentesco. I prestiti fiduciari possono rappresentarne uno strumento, ma deve essere inserito in un organico e funzionale sistema di sostegni ed incentivi allo studio, che veda lo Stato come soggetto garante per i propri giovani. E’ sicuramente utile, di questi tempi, ribadire che i meritevoli ed i bisognosi hanno la necessità di essere tutelati con priorità assoluta. Auspico, infine, che della mia generazione riemerga una visione meno superficiale. Incautamente, da più parti, si dipinge la propensione al qualunquismo e la mancanza di senso di responsabilità. Torniamo ad essere societas: ricerchiamo il bene comune e rafforziamo gli anelli deboli di una catena che potrebbe ineluttabilmente spezzarsi, coinvolgendo nella caduta il presente ed il nostro futuro. Siamo coscienti che il nostro Paese ha grandi potenzialità, grandi risorse economiche e grandi risorse umane, che insieme dobbiamo valorizzare affinché resti un grande Paese.-

Intervento completo 

9 thoughts on “Libero professionista per “Passione” o semplicemente perché è meglio che “me la sbrigo da me, visto che il sistema non mi coinvolge!”?

  1. vista la profondità e la competenza
    se posso permettermi, vi consiglierei di provare
    anche la strada del giornalismo di settore
    magari mandando un articolo alle riviste specialistiche.

  2. Leggo adesso il blog cosi per caso
    Be sono solamente un povero geometra di 37 anni che lavora da circa 19 anni (be se fate i conti ho iniziato molto presto) presso studi professionali. Leggendo quanto scritto in calce posso assolutamente confermare quanto è scritto nelle riflessioni. Posso aggiungere che non basta l’esperienza (a ciascuno per il proprio settore) ma contano sopratutto le conoscenze. Vorrei raccontarvi, in breve, che ho sempre lavorato al limite tra la decenza e la precarietà (fino ad ora mi sono difeso da quella più estrema). Ma ne ho passate di tutti i colori, e le peggiori situazioni mi sono capitate quando ventilavo (ma era un ventilare sottile sottile) di fare qualche cosa di mio. In pratica mi davano “botte” da orbi nel senso che quando volevo iniziare a fare qualche cosa di mio mi lasciavano su di una strada. Posso però dire che ho avuto una bella anzi bellissima esperianza durata 6 anni circa dove l’ingegnere mi stava dando gli strumenti per partire. Caso vuole però che sul più bello è morto. Non demordo ma per ora non ho più trovato persone altrettanto intelligenti da aiutarti a crescere, ma anzi di recente mi sono rapportato con un azienda in cui ad un ingegnere, grande amico del direttore, hanno aperto tutte le porte possibili immaginabili, conoscenze di ogni genere. Questi cos’ ha fatto!!! li ha sfruttati e c’è la messa ……. ecco questo è un altro modo per fare carriera. Questo metodo non è contemplato nella riflessione di cui sopra. Ai nuovi ingegneri vorrei dire però, che quando avete l’apice, di non trattare i vostri collaboratori come venite trattati voi oggi. cercate invece sempre la collaborazione, con la coscenza che sbagliano solo coloro che lavorano.
    Cordiali Saluti ed in bocca al lupo a tutti

  3. Buon giorno a tutti voi.
    Leggendo le vostre estimonianze, quasi quasi rinuncio alla voglia di lanciarmi in questo mondo sconosciuto che è la libera professione.
    Sono un geometra diplomato, e con l’abilitazione alla libera professione, ma non ancora iscritto all’albo. Ho 26 anni e lavoro da quasi 4 anni presso un’impresa (S.p.A.), che è specializzata in lavori di sottofondazione e consolidamenti. Bellissimo lavoro, lo faccio con passione perchè mi piace da matti. Ecco il problema però. Essere dipendente mi sta un pò stretto, vorrei essere io il capo di me stesso. Pensavo di iscrivermi all’albo e mettermi in proprio, ma non saprei da dove iniziare, anche perchè ormai dopo 4 anni nel campo specifico delle sottofondazioni, mi trovo molto, ma molto indietro con quella che dovrebbe essere la mia cultura progettuale. Protrei rimanere nel campo, ma le imprese specializzate in questo campo non cercano consulenti per i loro lavori. Che fare? Potrei forse andare in giro spacciandomi per un responsabile di cantiere espertissimo, ma se poi va male? e poi non mi piace essere bugiardo e scorretto con chi ti da fiducia.
    Continuerò a starmene in questa azienda, sfruttato e poco ripagato dai complimenti dei capi o di chi ti circonda, in attesa che venga l’idea giusta o la giusta opportunità per fare il grande passo.
    Se qualcuno ha delle idee, me li passi pure, valuterò qualsiasi cosa, pur di fare quello che voglio veramente.

    Saluti a tutti……

  4. caro giovanni
    non guardare a cosa conosci, anche perchè in 4 anni non è cambiato gran che. Pensa piuttosto che hai 26 anni e se magari non tieni famiglia non hai grosse spese e pertanto potresti partire tranquillamente. Procurati gli agganci giusti
    ciao

  5. ciao a tutti
    mi trovavo x caso a girovagare in rete e mi sn imbattutto in qst blog.
    vorrei dire la mia, sn appena laureato in architettura, ho 29 anni, ci ho messo 1 po a laurearmi xkè ahimè nn tutti hanno mamma e papà che lubrificano quattrini e quindi lavoricchiavo x mantenermi gli studi. ho lavorato in diversi studi prima di laurearmi, da subito notavo con mia incredulità che ciò che insegnavano all’università era totalmente i quasi inutile ad esercitare la professione.
    ma io mi domando:
    1)perchè la preparazione universitaria non mira a far si che il neolaureato posso avere da subito i mezzi per lavorare ?
    2) perchè ci fanno vivere in fabbriche di sogni e filosofie, abboffandoci d riviste, siti di architettura, consegni, viaggi, ecc., se poi non avremmo mai l’opportunità di progettare niente di simile?
    io nn sn figli di o amiko o parente di qualke pezzo grosso, ne conosco molti di qst persone e vi diko ke sn loro ke andranno avanti,e poi vogliono anke insegnarti la vita sti figli di papà del cazzo.
    scusatemi lo sfogo ma mi sento come ingannato, l’unika speranza ke vedo è andar via ma nn al nord, anke li sfruttano e t sukkiano il sangue. io direi di trovare lavoro fuori l’italia, peggio della nostra nazione ci sn solo quei paesi in cui vige la dittatura.
    come può pensare al futuro un paese che ha tra la sua schiera di governatori persone ultra settantenni che hanno poco da vivere ancora. in inghilterra toni blair, quando era in carica aveva 42 anni. in italia a 42 anni, x il parlamento, sei un pischello. basta con stà cavolo di anzianità.
    dobbiamo promuovere la meritocrazia.
    mi sn rotto di vedermi sopravanzare da persona che hanno solo come merito parenti o colore politico.
    tra i + grandi architetti del mondo abbiamo solo renzo piano come italiano, e poi?
    spagnoli, americani, giapponesi,ecc
    all’università riceviamo insegnamento sull’architettura da persone che non esercitano la professione, o se lo fanno, devono ringraziare ai rapporti diretti con i politici + importanti che la loro posizione gli consente.
    un’articolo su una rivista digitale in rete diceva che i prof universitari sn la rovina degli architetti, bello no?
    SCUSATE A TUTTI DELLO SFOGO, ciao a tutti

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