Con le armi della Teoria. Architettura come progetto politico

Pier Vittorio Aureli, Gabriele Mastrigli
FONTE: ARCH'IT

Se fare politica è dare forma allo spazio di coesistenza tra gli uomini, il progetto architettonico costituisce goticainevitabilmente -lo si voglia o no- un consapevole atto politico. L’architettura è in quanto tale rappresentazione: essa dà forma a un’idea di spazio abitabile, ed è pertanto la rappresentazione di un’idea politica della città.

Il progetto è un prodotto storicamente determinato che dialetticamente condiziona a sua volta il contesto in cui opera. In quanto congettura, germe di un’idea di città, il progetto si differenzia dal mero edificio in quanto non è solo parte della città, ma si pone, nei suoi confronti, come esempio. Architetture come la cupola di Santa Maria del Fiore di Brunelleschi a Firenze, il Belvedere di Bramante a Roma, l’Altes Museum di Schinkel a Berlino, l’Unité d’Habitation di Le Corbusier, la No-Stop City di Archizoom, non stop sityalla città offrono soprattutto il loro carattere esemplare. In quanto esempi, queste architetture non sono applicazioni di concetti universali. Sono piuttosto, per dirla con Paolo Virno, “specie” che constano di un individuo solo e che possono solo essere riprodotte politicamente e mai trasposte in un onnivoro programma generale: la loro forza è “l’autorevolezza del prototipo e non la normatività del comando” -la forza di rappresentare un’idea altra di città.

Per questa ragione l’attuale critica dell’architettura è segnata da un grave equivoco: quello di intendere il compito dell’architettura esaurito nella realizzazione di opere costruite e nella loro comunicazione quali eventi mediatici, lasciando completamente indiscussa la questione della loro esemplarità, cioè della loro eventuale riproducibilità politica.

Ed è così che realizzazione e comunicazione sono oggi le parole vuote attraverso cui la critica e gli architetti mistificano il compito fondamentale dell’architettura. Il risultato di questo stato delle cose è lampante: da una parte si assiste a un proliferare di appariscenti “landmark” firmati e privi di qualsiasi discorso sulla città, dall’altra allo spettacolo patetico di un dibattito sull’architettura ridotto alla chiacchiera, ossia a neutrale intrattenimento culturale.

L’esistenza di un progetto, inteso quale atto costituente e non semplicemente come l’esistenza virtuale dell’architettura in assenza o in previsione di quella reale, deve, invece, tornare a essere la discriminante tra ciò che è architettura e ciò che è semplice professione. Solo il progetto inteso come congettura dello spazio abitabile deve essere inteso come architettura. Questo significa sottrarre il discorso sull’architettura all’ambito estetico e al suo conseguente ruolo accessorio per reintrodurlo nell’ambito del politico in quanto ideologia urbana, ossia visione della città fondata sull’uso e non sul mero consumo. È da qui che può e deve ripartire ogni programma futuro per l’architettura e la città, di modo che il pensiero architettonico torni ad essere programma “concreto”, al di là dei facili miti della realizzazione e della comunicazione.

È pertanto vano, e anzi controproducente, lo sforzo compiuto -spesso in buona fede- dal pensiero progressista, di prendere posizione a favore di un pensiero architettonico che con la metropoli contemporanea condivida la forma, complessa e contraddittoria. In tal modo, il pensiero diventa un’inutile decorazione retorica e l’architettura viene a sua volta ridotta a un incontrollato gioco formale. Pensiero e pratica dell’architettura, uniformandosi a una metropoli intesa quale spazio della complessità irriducibile a un’idea e a una forma, divengono il luogo equivoco in cui l’intrattenimento estetico prende il sopravvento sulla volontà politica di cambiare le cose, condannandosi alla futilità e così allo scacco.

altes museum BerlinoLa complessità degli spazi urbani contemporanei è un dato di fatto, e la presa d’atto di questa complessità è un passo obbligato per la loro conoscenza. Ma l’assunzione della complessità a orizzonte ultimo dell’architettura è sempre di più il luogo privilegiato attraverso il quale la democrazia impolitica del mercato impone la sua visione del mondo. Parafrasando Mario Tronti a proposito dei compiti del partito nell’era della complessità sociale, il compito del pensiero architettonico oggi è, invece, quello di semplificare politicamente la complessità della città contemporanea: “Non è complessificando la realtà che si produce iniziativa politica. Complessificare per conoscere, non per agire. Mai come adesso bisogna saper distinguere i due piani della cultura e della politica. La complessità delle diversità va mantenuta, raccolta, espressa, descritta, orizzontalmente, empiricamente, per la politica. Questa ne ha bisogno come l’aria, per respirare, cioè per misurare la propria qualità, la propria capacità di aderenza e di sufficienza, rispetto all’epoca. Di politica culturale non se ne parli più. Ma di politica in forme nuove e in senso grande, ritorno/restaurazione/costruzione della Politica, si torni a parlare”. Si impone così il compito, per il pensiero architettonico, di scavalcare la propria riduzione a neutrale strumento comunicativo, e di farsi strumento politico che trasforma la realtà invece che raccontarla estetizzandola.

Di fronte all’affermazione totalizzante e incontrastata del Capitalismo liberista forte della retorica democratica, un pensiero architettonico che si ponga il problema dell’esodo dall’immaginario esistente e dunque una visione alternativa della città non può che partire da una critica delle rappresentazioni urbane che gli architetti hanno messo in scena con mostre e libri nel recente passato. Va soprattutto criticato l’utilizzo dello sviluppo tecnologico e degli strumenti di comunicazione per “depoliticizzare” e “neutralizzare” l’architettura e renderla prona al pluralismo imposto dalla democrazia del mercato. Concentrando lo sforzo dell’immaginazione verso lo sviluppo tecnologico privo di qualsiasi prospettiva politica, molte utopie urbane coltivate nelle ultime decadi -da Archigram all’impolitica architettura digitale- sono state segnate proprio dalla rinuncia a cambiare davvero le cose.

La cultura architettonica e urbanistica (e tutta la cultura di sinistra in generale) è in altri termini andata, per dirla con Ennio Flaiano, in soccorso del vincitore, riducendo la rappresentazione della città -luogo politico prima ancora che luogo fisico- a mera urbanizzazione, a neutrale contenitore della classe media. Non è un caso se oggi molti architetti e urbanisti invocano come soggetto sociale dell’urbano il ceto simbolicamente più appariscente della classe media, ossia la creative class, una sorta di nuovi chierici che non possono tradire: soggetto sociale nel quale il massimo progresso tecnologico coincide con il più spaventoso regresso politico, la creative class non è altro che la rappresentazione della servitù volontaria verso l’orizzonte culturale del mercato, orizzonte nel quale il general intellect -la capacità dell’individuo di cooperare e creare attraverso la comunicazione- è completamente assorbito dalla sfera del lavoro e della produzione capitalista. In nome della creative class e di altri miti sociali postmoderni, un’intera generazione di architetti, critici e teorici, cresciuti all’ombra della presunta “fine delle grandi narrazioni”, del “pensiero debole” e “del crollo delle ideologie” esalta oggi l’idea di normalità nel solco dell’ideologia, mediocre e perdente, degli architetti come neodecoratori sociali.

Respingiamo queste rappresentazioni e mettiamoci in ascolto degli avvenimenti di oggi, ossia con l’attuale congiuntura geopolitica nella quale si iniziano a intravedere i segni di una nuova stagione di conflitto culturale. Questa stagione è solo all’inizio e i suoi sviluppi ci appaiono ancora incerti e confusi. Sta al pensiero critico, e dunque anche a quella parte della cultura architettonica che vuole porsi in modo problematico di fronte allo stato delle cose, recepire i segni del conflitto e dare forma a un pensiero architettonico finalmente liberato dalle velleitarie mete dell’avanguardia e del nuovo. Al prevedibile e ripetitivo schema produzione-consumo -con cui l’architettura viene ridotta a puro strumento di consumo commerciale- bisogna contrapporre lo sforzo di porre le condizioni per una messa in crisi dell’attuale assetto rappresentativo del capitalismo liberista: che il progetto -e con esso la teoria della città- torni ad essere “stato di eccezione” della rappresentazione urbana, dove il politicamente corretto della democrazia liberale e del pluralismo quali valori assoluti siano messi in crisi a favore della decisione e del conflitto volto a ripensare e rielaborare la forma del nostro coesistere. Per raggiungere tale obiettivo, l’architettura deve emanciparsi dalla sua riduzione a “mestiere” o a contenitore mediatico fine a se stesso, e tornare a essere rappresentazione, vale a dire incarnazione di un progetto politico alternativo rispetto all’immaginario della metropoli del mercato. Questo vuol dire intendere il pensiero architettonico non solo come luogo di sviluppo culturale ma soprattutto come concreto strumento di azione politica. Tale è il compito che motiva a imbracciare, ora, le armi della teoria.

Pier Vittorio Aureli, Gabriele Mastrigli

2 thoughts on “Con le armi della Teoria. Architettura come progetto politico

  1. E quali possono considerarsi oggi le idee/ l’assetto ideologico di riferimento affinchè fare architettura significhi inserire materialmente un elemento politico visibile all’uomo della strada? … Forse l’indirizzo “filoambientalista” o “impatto zero” può rappresentare una proposta interessante: troppo disinteressatamente e lesionisticamente microcosmica la vita dell’uomo moderno fino ad ora nel grembo di madre terra …

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